Parole cancellate

Parole è un progetto che si è generato così, da solo. Più in la magari ragionerò sul come è nato, riuscirò a spiegare che significa, che relazioni ha con la scrittura ma sopratutto con la lettura, inteso come processo fisico e mentale. Per ora mi limito a metterlo qui, dopo averlo presentato al “Magazzino delle idee” di Orvieto nel febbraio del 2014.

Chiara Luzi, curatrice della mostra, scrive:
Alla base del lavoro di Patrizio c’è la volontà di porre l’attenzione sul linguaggio e la sua evoluzione, su come ormai si sia drasticamente ridotto il tempo che dedichiamo alla lettura e di conseguenza come questo influisca sulla scrittura che diventa essenziale e breve.

Le parole interrompono il percorso di una linea nera che corre lungo tutto il testo; improvvisamente si liberano per dar vita a una nuova frase, corta e immediata. Cambiano la loro funzione e il significato, dato anche dall’interpretazione di chi legge, dando vita a nuove possibilità linguistiche e concettuali.

Parlando di questo lavoro non può non essere citata l’opera di Emilio Isgrò, teorico della “cancellatura”. Mentre quest’ultimo imposta il lavoro cancellando singole parole da testi storici, documenti e cartine, Patrizio elimina intere frasi di romanzi focalizzando l’attenzione su poche parole cariche di emotività.

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Luoghinteriori

Una mappa emotiva, artistica, concettuale, per orde di viaggiatori persi nel loro labirinto.

Progetto presentato al festival del fumetto indipendente CRACK! edizione 2013.
Tiratura 100 copie, formato A3, stampa qualità tipografica, packaging personalizzato.
Tre miei testi accompagnati dalle illustrazioni di Francesca Mariani e Chiara Luzi.

Un lago nero:

Un lago nero, salato, dal sapore dolciastro, specchio di reflussi gastrici, risultato delle nostre tante cene a lume di candela. Tolte le scarpe, v’immergo i piedi, cercando un poco di quella pace nel nero di pece. Potrei continuare, facendo salire l’acqua oltre le caviglie, fin sopra le gambe, bagnarmi le spalle, arrivare alle orecchie. Ma ho paura che questo nero non vada più via. Lascio quindi che solo i piedi si bagnino, trasformandosi in calzature dipinte, pronte a proteggermi nel viaggio che sto per cominciare. E sarà così facile ritornare sui miei passi, impressi dietro di me come timbri su fogli. Ma ho promesso di non guardare più indietro, ho promesso di dimenticare il lago nero, e le nostre cene a lume di candela, e continuare a camminare. Eppure so, con certezza, di aver lasciato impronte, dietro di me, indelebili, che mi si parano di nuovo, davanti, perché cammino in cerchio generando uno zero di passi.

Labirinto interiore:

Una farfalla si è persa
nel mio labirinto interiore
muove le ali e non sa dove andare,
lo stomaco la inghiotte, si stringe, la perde.
Ho contato i lampioni, mi avevano detto: al terzo, spento, gira a destra,
così uno, due, tre, spento. Ma ho proseguito dritto: a cosa serve un labirinto se mi dai la soluzione?
Voglio un labirinto vero, dove perdermi, da cui non uscire più, se è il caso.
Una città zero da esplorare per dimenticare abitudini e noia;
per ricominciare, ripartire, o solamente dormire.

Un fumatore:

Ho incontrato un fumatore: il rivolo della combustione si alzava dalla sigaretta creando infiniti cerchi nell’aria. Mi ha salutato con un gesto del capo. “E’ tanto tempo che non si vede un turista, da queste parti” mi ha detto. “Qui non è facile arrivare, e ancora più difficile è uscire” ha continuato. “Di solito chi approda qui si è perso: stufo della modernità, della frenesia, del cemento, e incapace di trovare altro” ha concluso. Finita la sigaretta, l’ha schiacciata con il piede e si è incamminato sparendo dietro un palazzo. Sono rimasto a osservare il mozzicone, ancora fumante, a terra, che ha cominciato a vibrare: in meno di un secondo ha cacciato fuori due ali, una coda, un becco, e ha preso a volare.

Luisa

Racconto scritto per il mese del giallo/noir
per il Cantiere di letteratura notturna

Luisa e la sua sigaretta all’angolo della bocca che ancora sa di caffè. Luisa che si sveglia alle quattro di mattina, quando per altri sono ancora le quattro di notte, e lo fa da cinque anni, tutti i giorni tranne la domenica, che è di riposo. Luisa, che solo una cosa attiva i suoi neuroni, a quell’ora della mattina, o della notte: un caffè e una sigaretta all’angolo della bocca, bocca che ancora sa di caffè. Seduta sulla sua sedia preferita della cucina, quella con l’imbottitura floscia e lo schienale ricurvo che le sembra un abbraccio da dietro le spalle, finisce la sua sigaretta e la spegne sul fondo della tazzina. Alle quattro e trenta attacca il suo turno al fast-food dell’autostrada.

È una vita di sacrifici ma Luisa ama la sua indipendenza nella sua stanza in affitto, e il lavoro al fast-food le permette di essere autonoma, lontana dalla noia dei genitori e dagli strilli delle sue tre sorelle.
Luisa, che ha fatto carriera in quel fast-food: la ragazza che stava sopra di lei, al controllo ordini del drive-in, mentre Luisa si sporgeva duecento volte al giorno dalla finestrella per dare il sacchetto di carta coi panini agli automobilisti frettolosi, quella ragazza ebbe un incidente: la macchina andò dritta alla prima curva, mentre tornava dal turno serale, e si tuffò scavalcando il guardrail. Un guasto ai freni. Così Luisa smise di passare i sacchetti di carta con dentro i panini e, vista la sua esperienza, iniziò a coordinare gli ordini degli automobilisti.
Il giorno della firma del contratto telefonò al padre, che si congratulò e la portò a cena fuori, in un ristorante vero.
Luisa, che una notte il suo superiore, che stava in ufficio e gestiva le quantità destinate al reparto drive-in, lo trovarono morto, a due curve dall’uscita dell’autostrada prima del fast-food, con un preservativo sull’uccello moscio e un coltello nello stomaco: si diceva che andasse a puttane, e forse non sempre le pagava. Così Luisa smise di coordinare gli ordini e cominciò a gestire la merce e la quantità, in un ufficio tutto suo.
Quella volta il padre la venne a trovare nel nuovo ufficio con gli occhi lucidi e le portò una foto della famiglia, da mettere sulla scrivania.
Che un pomeriggio, la coordinatrice del fast-food venne scippata da un delinquente su una moto che non riuscì a strapparle la borsa dalla spalla e la trascinò per duecento metri sull’asfalto della statale che porta all’autostrada, a pochi chilometri dal fast-food. Rimase ricoverata per un mese in terapia intensiva, in stato di coma farmacologico, per lesioni gravi alle vertebre e un trauma cranico. Così Luisa venne promossa a coordinatrice generale.
Quel giorno il padre entrò nell’ufficio centrale del fast-food portando davanti a sé un mazzo di fiori così grande che li dietro non si riusciva a vedere, e sembrava camminasse da solo, il mazzo di fiori.

Alle quattro e trenta Luisa ha già una seconda sigaretta al lato della bocca, che non sa più di caffè. Entra nel fast-food e si prepara un milkshake, mentre addenta un muffin preso senza chiedere: è la coordinatrice, può farlo. E telefona al capo area del Sud Italia, che quel giorno ha una riunione importante con dei fornitori turchi, e quanto piacerebbe a Luisa diventare capo area, prendere treni e aerei e vestirsi bene per le riunioni con i turchi. Lo ha detto tante volte a suo papà, che essere coordinatrice del punto vendita è bello ma anche noioso, che preferirebbe salire ancora di grado, e viaggiare per lavoro.
E il papà è già pronto con un set di valigie di Prima Classe da regalare alla sua piccola, che diventerà capo area del Sud Italia, e intanto attende fuori all’uscita dell’aeroporto di Istanbul, con un cartello con sopra scritto il nome del capo area del Sud-Italia, e una macchina presa a noleggio parcheggiata fuori dal terminal, nel cofano una corda e tanto nastro adesivo. Sembrerà un rapimento, e la sua Luisa continuerà a fare carriera.

Segnalazioni non del tutto autoreferenziali

Se vi siete persi nel web e vi state annoiando vi propongo una serie di link che portano a dei racconti brevi.
Inoltre, in fondo al post, trovate il link a un ebook gratuito ma che è bello, quindi andrebbe pagato, ma potete comunque leggerlo gratis.

I racconti fanno parte di una selezione per la rubrica “Speed Romance” che curo da luglio per il portale ziguline.
http://www.ziguline.com/2012/07/13/speed-romance-ha-una-nuova-gestione/

(se il progetto vi stuzzica, potete inviarmi un vostro racconto che, se piace a me e alla redazione, si aggiungerà agli altri.)

Baliana, di Marco Lipford: un racconto circolare, dove il sentimento di una donna diventa una delle più pericolose magie. http://www.ziguline.com/2012/07/19/baliana/

Sandrino, di Leonardo Battisti: l’amore dell’autore verso i pariolini di Roma si concretizza nel più distruttivo incidente automobilistico che io abbia mai letto. http://www.ziguline.com/2012/08/07/sandrino/

Le case col rossetto, di Sergio Donato: un dono ricevuto, da riportare indietro. Un’incomprensione, forse cercata, sicuramente voluta, per comprendere meglio. http://www.ziguline.com/2012/09/14/le-case-col-rossetto/

La durata di un ponte, di Carlo Sperduti: fatto di alcool, di memorie perse, di “smettere di fumare”, di carte d’identità, il tutto condito da uno scambio di cappotto. http://www.ziguline.com/2012/10/11/la-durata-di-un-ponte/

Questo invece è l’ebook che vi dicevo, e che ho finalmente trovato il tempo e la voglia di leggere. Che il titolo mi aveva sempre un po’ spaventato, e anche il fatto che fosse scritto da un collettivo chiamato CNP: cooperativa di narrazione popolare. Ma poi l’ho aperto (con l’ereader… ma vabe’, il verbo è lo stesso dei libri), e l’ho letto senza mai staccare gli occhi, scorre che è una delizia (e un’amarezza degna di questi tempi). Non ho neanche fumato una sigaretta nel mentre. Godetevelo: http://coopnarrazionepopolare.wordpress.com/lo-zelo-e-la-guerra-aperta/