Luisa

Racconto scritto per il mese del giallo/noir
per il Cantiere di letteratura notturna

Luisa e la sua sigaretta all’angolo della bocca che ancora sa di caffè. Luisa che si sveglia alle quattro di mattina, quando per altri sono ancora le quattro di notte, e lo fa da cinque anni, tutti i giorni tranne la domenica, che è di riposo. Luisa, che solo una cosa attiva i suoi neuroni, a quell’ora della mattina, o della notte: un caffè e una sigaretta all’angolo della bocca, bocca che ancora sa di caffè. Seduta sulla sua sedia preferita della cucina, quella con l’imbottitura floscia e lo schienale ricurvo che le sembra un abbraccio da dietro le spalle, finisce la sua sigaretta e la spegne sul fondo della tazzina. Alle quattro e trenta attacca il suo turno al fast-food dell’autostrada.

È una vita di sacrifici ma Luisa ama la sua indipendenza nella sua stanza in affitto, e il lavoro al fast-food le permette di essere autonoma, lontana dalla noia dei genitori e dagli strilli delle sue tre sorelle.
Luisa, che ha fatto carriera in quel fast-food: la ragazza che stava sopra di lei, al controllo ordini del drive-in, mentre Luisa si sporgeva duecento volte al giorno dalla finestrella per dare il sacchetto di carta coi panini agli automobilisti frettolosi, quella ragazza ebbe un incidente: la macchina andò dritta alla prima curva, mentre tornava dal turno serale, e si tuffò scavalcando il guardrail. Un guasto ai freni. Così Luisa smise di passare i sacchetti di carta con dentro i panini e, vista la sua esperienza, iniziò a coordinare gli ordini degli automobilisti.
Il giorno della firma del contratto telefonò al padre, che si congratulò e la portò a cena fuori, in un ristorante vero.
Luisa, che una notte il suo superiore, che stava in ufficio e gestiva le quantità destinate al reparto drive-in, lo trovarono morto, a due curve dall’uscita dell’autostrada prima del fast-food, con un preservativo sull’uccello moscio e un coltello nello stomaco: si diceva che andasse a puttane, e forse non sempre le pagava. Così Luisa smise di coordinare gli ordini e cominciò a gestire la merce e la quantità, in un ufficio tutto suo.
Quella volta il padre la venne a trovare nel nuovo ufficio con gli occhi lucidi e le portò una foto della famiglia, da mettere sulla scrivania.
Che un pomeriggio, la coordinatrice del fast-food venne scippata da un delinquente su una moto che non riuscì a strapparle la borsa dalla spalla e la trascinò per duecento metri sull’asfalto della statale che porta all’autostrada, a pochi chilometri dal fast-food. Rimase ricoverata per un mese in terapia intensiva, in stato di coma farmacologico, per lesioni gravi alle vertebre e un trauma cranico. Così Luisa venne promossa a coordinatrice generale.
Quel giorno il padre entrò nell’ufficio centrale del fast-food portando davanti a sé un mazzo di fiori così grande che li dietro non si riusciva a vedere, e sembrava camminasse da solo, il mazzo di fiori.

Alle quattro e trenta Luisa ha già una seconda sigaretta al lato della bocca, che non sa più di caffè. Entra nel fast-food e si prepara un milkshake, mentre addenta un muffin preso senza chiedere: è la coordinatrice, può farlo. E telefona al capo area del Sud Italia, che quel giorno ha una riunione importante con dei fornitori turchi, e quanto piacerebbe a Luisa diventare capo area, prendere treni e aerei e vestirsi bene per le riunioni con i turchi. Lo ha detto tante volte a suo papà, che essere coordinatrice del punto vendita è bello ma anche noioso, che preferirebbe salire ancora di grado, e viaggiare per lavoro.
E il papà è già pronto con un set di valigie di Prima Classe da regalare alla sua piccola, che diventerà capo area del Sud Italia, e intanto attende fuori all’uscita dell’aeroporto di Istanbul, con un cartello con sopra scritto il nome del capo area del Sud-Italia, e una macchina presa a noleggio parcheggiata fuori dal terminal, nel cofano una corda e tanto nastro adesivo. Sembrerà un rapimento, e la sua Luisa continuerà a fare carriera.

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