Il nummeretto

Botta di culo in tempi di crisi

Racconto scritto per il cantiere di letteratura notturna:
http://letteraturanotturna.wordpress.com/

Ti danno un foglietto quando arrivi e con quello ritiri la giacca quando esci. Semplice, ti dici, no? Va così, quindi, che sei appena entrato nel locale e già senti l’afa del riscaldamento a palla, che pure se siamo ad aprile e la primavera sta già seduta nel salotto di casa questi del locale sembra non se ne siano accorti. Quindi la prima cosa che fai è: ti levi la giacca!
Non fai in tempo a poggiarla sul banco del guardaroba che già te la instampellano: mansione riservata a donna navigata con rossetto pesante, vestiario tendente al nero e sigaretta all’angolo della bocca, che ti chiedi perché lei possa fumare dentro quando nessun altro, neanche il titolare del posto, lo fa, e la giacca ti scompare davanti agli occhi portata in fretta e furia laggiù, in fondo in fondo al corridoio in un festino di giacche che l’attendono, appese e numerate, dondolanti. La donna ti riporta il fogliettino mezzo strappato con quel numero che a volte penso: me te lo tengo e ci vado alla sagra del tartufo di Sora e finisce che ci vinco il prosciutto della riffa che tanto il biglietto è uguale, e di conseguenza ti fai la domanda: chissà se la ritrovo, la mia giacca.
Poi ti sbronzi per festeggiare l’ingresso al locale che “i biglietti l’avevamo comprati due mesi fa però abbiamo fatto lo stesso la fila”, ti risbronzi perché si abbassano le luci e “ecco che il concerto forse inizia”, poi a metà concerto ti ririsbronzi perché “andiamo al bar, ora, che questo pezzo è una lagna”, poi, logico, ti riririsbronzi perché il concerto è finito ed “è stato fico, tocca festeggiare”. E quando tutte queste sbronze passano, allora torna quella domanda di tre ore prima: chissà se la ritrovo, la mia giacca. E quando vado al guardaroba che mi danno? ’Sto coso!?
Alberto ha formulato tutto il monologo nel cervello mosso da onde alcoliche e rabbia suina, ma non ha detto una parola: semplicemente, agita come un pazzo il coso fucsia decorato con finto pelo intorno al colletto e qualche pendaglio argentato a forma di prisma che pende dalle zip delle tasche. Lo agita in faccia al buttafuori.
– Ti sembra il mio giacchetto questo? Dove cazzo sta il mio giacchetto, lo sai tu, eh?
– Amico, inizia a calmarti che così non va bene, ok? – risponde il buttafuori.
Alberto stritola la giacca e riprende a dire:
– Quella del guardaroba m’ha detto: “Bello, il tuo nummeretto corrisponde a ’sta giacca. Se c’hai problemi parla colla sicurezza oppure aspetta il proprietario della giacca.” Quindi parlo con te. Che devo da fa’?
– Senti, se ti calmi magari si risolve tutto. Se continui così, però…
E Alberto d’un tratto cambia faccia. Fa sì sì con la testa e dice: – scusa, – dice, – hai ragione. Mi calmo. A dopo. – e s’allontana.
Il buttafuori rimane sospeso, si limita a seguirlo con lo sguardo. Invece Peppe e Silvia sgranano gli occhi: non capiscono che gli è preso, all’amico Alberto, che ha fatto un casino con la signora del guardaroba e poi sembrava una furia quasi volesse picchiare il buttafuori, e d’un tratto se ne va, chiedendo addirittura scusa. Alberto?!
Lo seguono, lui già evanescente tra la folla che si accalca per uscire dall’unica, logicamente piccola e angusta, porta del locale. Superato l’effetto imbuto umano, lo vedono dall’altra parte della strada. Silvia gli si avvicina, Peppe dietro di lei.
– Albe’? Ma che t’è preso? Hai deciso che ti tieni ’sto coso fucsia?
Lui, poggiato a un secchione, sogghigna:
– Sai che c’è, Silvie’: ’sto coso fucsia lo regalo a te. Io mi tengo altre due cose: l’iphone che stava nella tasca interna – e tira fuori un iphone 4 che sembra una navicella, con la custodia che luccica di brillantini in plastica – e mi tengo anche questi – finisce di dire tirando fuori da un portafoglio di Prima Classe due pezzi da 50 euro.
Silvia sgrana gli occhi, prende meccanicamente la giacca che Alberto gli tende. Poi dice:
– Scusa ma, così fai il ladro.
Glielo dice quasi arrabbiata, come un rimprovero.
Alberto allarga le braccia:
– Io? Che c’entro io? Il “nummeretto” corrisponde a questa giacca. Se alla tizia non gli piace lo straccio di giaccone che ho comprato in saldo un anno fa al mercatino dell’usato, andrà dalla security.
Finisce di dire la frase con accento inglese, pessimo.
Poi s’incammina, senza giacca, che siamo ad aprile e neanche fa così tanto freddo.

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